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Governo del territorio e gestione dei rifiuti

Governo del territorio e gestione dei rifiuti

LR n.65/2014

La presente legge (clicca qui per leggere la versione integrale) detta le norme per il governo del territorio al fine di garantire lo sviluppo sostenibile delle attività rispetto alle trasformazioni territoriali da esse indotte anche evitando il nuovo consumo di suolo, la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio territoriale inteso come bene comune e l’uguaglianza di diritti all’uso e al godimento del bene stesso, nel rispetto delle esigenze legate alla migliore qualità della vita delle generazioni presenti e future. Lo sviluppo di politiche territoriali attente all’innovazione di prodotto e di processo privilegiando le opportunità economiche e l’innovazione delle attività così da consentirne lo sviluppo nel tempo. E, in un certo senso, si lega anche alla corrette gestione dei rifiuti.

Governo del territorio: cos’è e come si lega alla gestione dei rifiuti

Nell’ultimo decennio stiamo assistendo ad un rapido superamento della nozione di urbanistica classica a favore di quello di “governo del territorio”, così come a una crescente considerazione della gestione dei rifiuti e delle componenti ambientali nella pianificazione ai vari livelli.

Accanto a tale evoluzione registriamo una proliferazione di nuovi strumenti di governo volti alla attuazione/regolazione della incisività ambientale del territorio e della città. Il ruolo che va assumendo la tematica ambientale nell’ambito della pianificazione, ha spinto all’elaborazione e alla sperimentazione di strumenti propri e innovativi capaci di rileggere tale dimensione e di renderla “gestibile”, sia dal punto di vista analitico-valutativo che da quello normativo ed operativo.

Per lungo tempo gli esiti di quanto si andava realizzando erano valutati senza considerare gli effetti né sotto il profilo della salute umana, né sotto quello della gestione dei rifiuti e delle relazioni con le componenti ambientali. A partire dalla metà degli anni ’70 si è avviato un sensibile cambiamento degli strumenti di pianificazione che ha portato al centro delle scelte del governo del territorio, le componenti ambientali e al progressivo affiancamento della logica gestionale alla tradizionale logica della pianificazione. Tutto ciò ha portato ad evolvere tutti i settori che ruotano intorno alla “GreenEconomy”, soprattutto il settore agricolo, uno dei principali componenti del nostro territorio.


Evoluzione agricola

In principio c’era l’Agricoltura 1.0 e ci si riferisce con questo  all’inizio del Ventesimo secolo, quando l’agricoltura era un sistema produttivo a elevato impiego di manodopera – un terzo circa della popolazione lavorava nel settore agricolo – ma, in relazione, a bassa produttività. Poi arrivò l’Agricoltura 2.0: era l’inizio degli Anni Cinquanta e questa epoca fu segnata dalla famosa “rivoluzione verde”. L’impiego di fertilizzanti chimici e fitofarmaci permise un aumento elevato della produttività, ma ebbe anche conseguenze meno positive, che oggi conosciamo. La fase 3.0 – Agricoltura di Precisione – è apparsa nella metà degli Anni Novanta del secolo scorso, resa possibile grazie innanzitutto all’utilizzo di strumenti di geolocalizzazione satelllitare per guidare il lavoro delle macchine agricole. Da lì alla guida automatica dei macchinari il passo è stato breve e infatti, secondo CEMA, le prime macchine a guida autonoma in ambito agricolo sarebbero già state usate alla fine degli Anni Novanta. Oggi la precisione raggiunta della guida geolocalizzata ha raggiunto livelli elevati. situazione si sta ribaltando. Se alla agricoltura di precisione si aggiungono un sempre più diffuso uso di internet e PC, una gestione sempre più accessibile di dati e tecnologie di monitoraggio sempre più specifiche si entra a poco a poco nella versione 4.0 della Agricoltura, al cui avvento stiamo assistendo in questi ultimi anni.

Agricoltura 4.0

Il settore agricolo è stato a lungo ignorato dal cambiamento tecnologico culturale della società odierna ma per fortuna il tempo del cambiamento è arrivato anche su questo ambito. Stiamo parlando del nuovo tipo di agricoltura, chiamata più precisamente “Agricoltura 4.0”.

Perché agricoltura 4.0?
Così è anche chiamata per sottolineare il legame fondamentale delle tecnologie sul campo a internet e all’uso di computer, alla condivisione di dati e informazioni non solo tra macchine, ma anche tra operatori diversi della filiera.

Cosa caratterizza l’Agricoltura 4.0?

Il documento di CEMA evidenzia alcuni punti, tra cui:

  • L’arrivo sul mercato di sensori, microprocessori e strumenti di comunicazione a minor costo e, quindi, più accessibili;
  • Un migliorato accesso alla rete internet e un sempre maggiore lavoro con il cloud in cui si accumulano dati da condividere;
  • L’avvento di tecnologie in grado di analizzare grosse quantità di dati;
  • L’arrivo sul mercato di macchinari agricoli dotati di strumenti informatici come computer di bordo, sensori, e processori in grado di fare comunicare tra loro le macchine operatrici;
  • L’ottimizzazione nell’automatismo delle operazioni in molte macchine;
  • La possibilità di monitorare in tempo reale l’operato sul campo e quindi adeguare, se necessario, il piano di lavoro per raggiungere una maggiore efficienza;
  • La cooperazione tra diversi attori della filiera alimentare – tra clienti e fornitori, ad esempio – che permette maggiore sicurezza, tracciabilità, ottimizzazione dei costi.

L’imprenditore agricolo può così avere una visione completa di tutte le attività delle macchine sul campo e assicurarsi che esse stiamo lavorando al meglio; può monitorare risultati e costi delle operazioni, in ogni fase del processo. Vi domanderete la relazione tra l’agricoltura 4.0 e il governo del territorio, la risposta è semplice, il nostro territorio è quasi dominato da aziende agricole che col tempo lo hanno trasformato ed è quindi parte essenziale della progettazione sostenibile territoriale.

Oltre a ciò il settore agricolo è in fase di ripresa e con tutte le tematiche di salvaguardia, sostenibilità e gestione dei rifiuti richiede una valida pianificazione per far si il territorio non venga danneggiato e impoverito ma bensì (ri)crei sostentamento, ricchezza e salubrità.

Gestione dei rifiuti agricoli (4.0)

L’agricoltura è uno dei settori in cui vengono prodotti più rifiuti all’interno dell’economia attuale. Questo dato comporta un’attenzione particolare proprio alla gestione dei rifiuti, specialmente in un’ottica di economia circolare e sostenibile che tenga conto dell’abbattimento della produzione dei rifiuti stessi ma sopratutto un riutilizzo consapevole e intelligente.

Tale fenomeno è caratterizzato anche dal cambiamento climatico che fa evolvere la “risorsa suolo”, verso condizioni di aridificazione, una delle minacce più importanti che l’Italia, soprattutto centromeridionale deve fronteggiare. Per contrastare questa tendenza è necessario provvedere ad un costante reintegro nel suolo di residui organici di origine urbana, dell’industria agroalimentare o derivati dalle attività agro zootecniche.

Nell’ottica di contribuire allo sviluppo di un’agricoltura orientata alla sostenibilità, i rifiuti organici, stabilizzati grazie a trattamenti fermentativi aerobici e/o anaerobici, rappresentano una risorsa importante. La finalità delle politiche e della copiosa legislazione sulla corretta gestione dei rifiuti si basa sulle cosiddette “Regole delle 4R” (Riduzione, Riuso, Recupero dei materiali e Recupero energetico).

Una delle tecniche per lo gestione dei rifiuti e per il loro smaltimento è il compostaggio, un processo biologico che porta alla produzione di compost a partire da residui organici mediante l’azione di batteri e funghi. Il compost viene poi utilizzato come fertilizzante in agricoltura. Parallelamente agli impianti di compostaggio si stanno sviluppando anche sistemi di digestione anaerobica della frazione organica. In questi impianti viene estratto gas (tipicamente metano) e conseguentemente è possibile accedere ai contributi relativi alle fonti rinnovabili o assimilate.

Il materiale digerito dovrebbe comunque essere avviato ad impianti di composta g gio. Per completare la gestione dei rifiuti 4.0 non può non mancare la par te informatica, grazie al quale è possibile ottenere un tracciamento di tutti i passaggi nel modo più completo, trasparente, efficiente e a portata di tutti. In nostro aiuto arrivano i gestionali per un efficientamento dei processi aziendali in materia di gestione dei rifiuti.

Buone pratiche

Birraverde è l’iniziativa che mira a ricostruire la struttura economico-produttiva del comparto delle birre artigianali. Una delle principali sfide del settore brassicolo, è rappresentata dalla necessità di recupero e riutilizzo a finalità diverse degli scarti di produzione della birra, rappresentati da trebbie, lieviti esausti e acque di processo, che nel complesso rappresentano circa il 90% delle materie prime utilizzate. In particolare, l’orzo di risulta (in media pari a circa 20 chili su 100 litri di birra) ad esempio dopo la fermentazione ha ancora il 26% del suo potenziale proteico.

Ad oggi, questo scarto, in gergo trebbia, diventa, nella migliore delle ipotesi cibo per bestiame. Il conferimento delle trebbie agli allevamenti zootecnici presenta tuttavia aspetti negativi importanti. Le trebbie sono caratterizzate da un contenuto di acqua compreso tra il 70 e l’80% che, insieme all’elevato contenuto di sostanza organica, le rende particolarmente instabili poiché facilmente putrescibili. Ne consegue che il conferimento deve essere in pratica immediato, imponendo quindi anche la vicinanza dell’allevamento al quale si conferisce, rendendone quindi impossibile lo stoccaggio.

Questo è un problema molto serio perché i birrifici si vedono costretti a regalare questi scarti senza trarne alcun profitto. Sono state realizzate e valutate due proposte: la prima che prevede di trasformare le trebbie di birra residue, tramite preventivo processo di essiccazione, in “biochar” (prezioso cabone vegetale) a seguito di un processo termochimico di pirogassificazione condotto con reattore pirolitico su piccolissima scala e la seconda in pellet destinabile sia alla commercializzazione sia all’autoconsumo all’interno del birrificio.


Business della birra in Italia

La realizzazione di un prodotto artigianale originale, il mettere a frutto esperienza precedentemente maturate in altri birrifici o la capacità di cogliere le opportunità imprenditoriali offerte dal mercato hanno infatti spinto molti di questi giovani ad investire nei birrifici artigianali nonostante le difficoltà del settore legate soprattutto alla tassazione che pesa per circa il 40% del costo del prodotto finale. Secondo le ultime stime, infatti, il settore dà lavoro ad almeno 5.000 under 35 italiani (incluse le birrerie) e ha visto una crescita delle esportazioni pari al 10% negli ultimi due anni. Le imprese del settore artigianale sono aumentate del 143% nel triennio 2013-2015 rispetto al triennio precedente e del 18% nel 2015 rispetto al 2014. Un altro dato importante ottenuto dalle indagini nel mercato della birra è l’aumento della produzione media per birrificio artigianale, passando dai 450 hl/anno nel 2012, pari all’1,1% dell’intera produzione italiana, ai 622 hl/anno nel 2015, corrispondenti al 3,3%

 

(Osservatorio Altis –UnionBirrai).

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